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La Maschera di Velluto

Il velluto nero della maschera mi sfiorava le guance mentre lo guardavo dall’altro lato della sala da ballo del palazzo sul lago. L’aria era densa di profumi costosi, di champagne e di desiderio represso. Lui non sapeva ancora che quella sera sarei stata io a scegliere.

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Le mie dita tremavano leggermente intorno allo stelo del calice. Era il 12 marzo, una serata di gala per pochi eletti nella villa di famiglia dei Conti di Valmont. Io, Elena, trentadue anni, moglie annoiata di un industriale sempre in viaggio, avevo deciso di infrangere ogni regola. La maschera nascondeva solo gli occhi, ma il vestito di seta rosso lasciava poco all’immaginazione: scollatura profonda, schiena nuda fino alla curva delle natiche.

«Hai bisogno di aria fresca, signora?» La sua voce era bassa, calda, con un accento straniero che non riuscivo a collocare. Si era avvicinato senza che me ne accorgessi. Alto, spalle larghe, capelli scuri appena spruzzati di grigio sulle tempie. Lo chiamerò semplicemente Luca, anche se so che non era il suo vero nome.

Annuii senza parlare. Mi prese sottobraccio con una naturalezza che mi fece rabbrividire e mi condusse fuori, sul terrazzo che dava sul lago illuminato dalla luna. L’aria di marzo era ancora fredda, ma il calore del suo corpo accanto al mio compensava tutto. Appena fuori dalla vista degli altri ospiti, la sua mano scivolò lungo la mia schiena nuda, fermandosi proprio sopra il bordo del vestito.

«Sai che ti osservo da quando sei entrata?» mormorò contro il mio orecchio. Le sue labbra sfiorarono il lobo. Sentii un calore liquido raccogliersi tra le mie cosce. Non risposi. Invece, mi voltai e lo baciai. Fu un bacio famelico, quasi violento. Le sue mani grandi afferrarono i miei fianchi, premendomi contro la balaustra di pietra. Potevo sentire quanto fosse già eccitato.

Tornammo dentro separatamente, come due estranei. Ma venti minuti dopo ero nella biblioteca privata del conte, quella con i libri antichi e il divano di pelle bordeaux. Lui chiuse la porta a chiave. La maschera era ancora sul mio viso quando mi spinse contro la libreria. Le sue dita trovarono l’orlo del vestito e lo sollevarono lentamente, scoprendo le autoreggenti nere e l’assenza di slip.

«Sei una piccola depravata» sussurrò mentre due dita scivolavano dentro di me senza preavviso. Gemetti, aggrappandomi alle sue spalle. Era grosso, esperto. Le sue dita si muovevano con una precisione chirurgica, trovando quel punto che mi fece tremare le ginocchia. Venni per la prima volta in meno di due minuti, mordendomi il labbro per non urlare.

13 marzo. Mi sono svegliata nel mio letto matrimoniale, sola, con il sapore di lui ancora sulla lingua. Mio marito era partito all’alba per Singapore. Ho passato la mattina a toccarmi pensando alla notte precedente. Il modo in cui mi aveva fatta piegare sul bracciolo del divano, il suono della sua cintura che si slacciava, il modo in cui mi aveva presa da dietro mentre mi teneva per i capelli. Ero venuta due volte prima che lui si lasciasse andare dentro di me con un ringhio basso che ancora mi fa bagnare solo a ricordarlo.

Nel pomeriggio ho ricevuto un pacco anonimo. Dentro c’era una nuova maschera, questa di pizzo nero, e un biglietto: “Stasera. Ore 22. Stanza 307, Hotel Regina.” Il mio sesso ha pulsato solo leggendo quelle parole.

Ho mentito a mia sorella dicendole che sarei andata a teatro. Invece alle dieci meno cinque ero davanti alla porta della suite, con un trench nero sopra un completino di lingerie rosso sangue che avevo comprato apposta. Quando ho bussato, ha aperto lui. Era in camicia bianca aperta sul petto, pantaloni eleganti. Nessuna parola. Mi ha tirata dentro, ha chiuso la porta e mi ha spinta contro il muro.

Le sue mani erano ovunque. Ha aperto il trench con un gesto secco e si è fermato a guardarmi. I suoi occhi bruciavano. «Inginocchiati.» Ho obbedito senza esitare. Ho aperto i suoi pantaloni con dita tremanti e ho preso il suo membro in bocca. Era grosso, caldo, con un sapore leggermente salato. L’ho succhiato con avidità, guardandolo negli occhi attraverso la maschera di pizzo. Le sue mani tra i miei capelli guidavano il ritmo, spingendosi sempre più in fondo nella mia gola.

Mi ha fatta alzare prima di venire, mi ha portata sul letto king size e mi ha spogliata completamente tranne la maschera. Poi è sceso tra le mie gambe. La sua lingua era un tormento delizioso. Leccava, succhiava, penetrava. Due dita dentro di me, poi tre. Urlavo senza vergogna. Quando sono venuta, ho inondato la sua bocca. Lui ha bevuto tutto, gemendo di piacere.

Mi ha girata a quattro zampe. Ho sentito il suo glande premere contro la mia apertura fradicia, poi entrare con una spinta lunga e profonda. Ha iniziato a scoparmi con colpi potenti, una mano sul mio fianco, l’altra che mi schiaffeggiava il sedere con ritmo regolare. Ogni schiaffo mi faceva contrarre intorno a lui. Mi ha presa così per quella che è sembrata un’eternità, cambiando ritmo, cambiando angolazione, portandomi sull’orlo dell’orgasmo e fermandosi crudelmente.

«Dimmi cosa vuoi» ha ringhiato tirandomi i capelli.

«Scopami più forte. Voglio sentirti fino in fondo.»

Ha accelerato, diventando quasi brutale. Il suono della carne contro carne riempiva la stanza insieme ai miei gemiti sempre più acuti. Quando sono venuta di nuovo, le mie pareti interne si sono contratte così forte intorno a lui che l’ho sentito esplodere dentro di me con un ruggito. Il suo seme caldo mi ha riempita mentre tremavo violentemente.

15 marzo. Ci siamo visti di nuovo ieri sera. Questa volta nella dépendance della villa sul lago, quella che mio marito usa solo per le riunioni di lavoro. Luca mi ha legata con le sue cravatte di seta alle colonne del letto a baldacchino. Mi ha bendata. Poi ha passato quasi un’ora a torturarmi con la bocca, con le dita, con un vibratore che aveva portato apposta. Mi ha fatta venire quattro volte prima di penetrarmi. Quando finalmente è entrato dentro di me ero un disastro bagnato e supplicante.

Mi ha scopata lentamente, con spinte profonde e circolari che mi facevano sentire ogni centimetro di lui. Mi sussurrava cose oscene all’orecchio: come gli piaceva sentirmi così bagnata, come voleva prendermi anche nel culo la prossima volta, come aveva fantasticato di guardarmi mentre mi facevo scopare da un altro uomo mentre lui mi guardava.

Quell’ultima frase mi ha fatta venire all’istante. L’idea di essere guardata, usata, esibita… non l’avevo mai ammesso nemmeno a me stessa. Lui ha riso piano, una risata bassa e soddisfatta, e ha aumentato il ritmo fino a farmi urlare di nuovo.

Quando mi ha slegata, ero distrutta in modo meraviglioso. Siamo rimasti sdraiati sul letto per quasi un’ora, le sue dita che tracciavano pigri cerchi intorno ai miei capezzoli ancora sensibili. Mi ha raccontato, con voce bassa e confidenziale, di come mi aveva notata mesi fa a un ricevimento, di come aveva pianificato questo incontro per settimane. Sapeva che mio marito sarebbe stato via. Sapeva tutto.

17 marzo. Questa mattina mi sono guardata allo specchio dopo la doccia. I segni delle sue dita sui miei fianchi sono ancora visibili. Piccoli lividi bluastri che tocco con un brivido di piacere. Stanotte tornerò da lui. Ha prenotato una suite all’Excelsior per tutto il fine settimana. Mi ha chiesto di portare solo tacchi alti e la maschera di velluto.

Non vedo l’ora di obbedire.

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